Apprendimento e autostima

L'andare a scuola si configura come la sfida cognitiva e motivazionale più impegnativa che l’individuo si trova a dover affrontare nella propria crescita (Bandura, 1995).
Essa presuppone apprendimenti cumulativi; un eventuale mancanza può avere una ricaduta, producendo difficoltà, in un momento successivo, nell'ambito dalla stessa disciplina o in relazione ad altre materie.
Un'altra ragione per pensare alla scuola come ad una sfida cognitiva è data dalla sua natura pubblica, nel senso che le proprie capacità o incapacità vengono mostrate ad altri.
Per alcuni allievi l'esposizione al giudizio altrui o solo l'essere oggetto di osservazione è fonte di ansia e tensione; si viene a creare,molte volte, un clima di competizione interpersonale, in particolar modo negli anni della adolescenza. Tutto ciò dimostra quanto il contesto scolastico possa diventare un fattore determinante nel definire l'immagine di sé, l'autostima, e la gestione di emozioni e stati d’animo come l'ansia, la depressione, la rabbia.
Studi recenti sugli stili di apprendimento hanno evidenziato il ruolo delle differenze individuali nei processi di apprendimento: alcuni insuccessi scolastici sono determinati semplicemente da una incompatibilità tra stile d'insegnamento e stile di apprendimento.
Molti ragazzi si persuadono, ad esempio, di non essere portati per una determinata disciplina scolastica, solo perché il modo in cui gli è stata insegnata la resa particolarmente ostica, apparentemente complessa.
Tutto questo sta ad indicare la possibilità che un allievo possa andare incontro all'insuccesso scolastico malgrado le sue competenze cognitive siano perfettamente integre ed efficaci e presenti un'adeguata motivazione all'apprendimento e si impegni nello studio.
La persistenza di un insuccesso scolastico provoca una concatenazione di processi che concorrono a realizzare la profezia autoavverantesi, per la quale il ragazzo si aspetta di non riuscire ed assume una condotta orientata a confermare questa sua previsione.
Qualunque ne sia la causa, ai primi insuccessi scolastici l'allievo dimensiona le sue capacità di prevedere di riuscire o meno abbassando il livello di autoefficacia (Bandura,1995).
L’apprendimento non è in tal senso riducibile ad un piano esclusivamente cognitivo, ed in quanto agenzia educativa la scuola non può prescindere dagli aspetti relazionali che si esplicano all’interno di essa.
Seguendo le direttrici fin qui tracciate si può affermare che lo studente di scarso successo è uno studente definito in quanto tale dalle figure che hanno il potere relazionale o istituzionale per offrire tale definizione.
Tali figure saranno gli insegnanti sul versante istituzionale, ma anche i genitori e gli stessi compagni di scuola se consideriamo il versante relazionale.
In primo luogo, quindi, lo studente che mostra un basso grado di apprendimento è narrato in quanto tale; ciò significa che viene considerato in un certo modo e che tale considerazione implica un’insieme di aspettative, definizioni, modalità relazionali.
Lo studente gioca la sua parte attiva raccontandosi a se stesso in relazione alle sopraccitate narrazioni; quindi, il resoconto personale si intreccia con la narrazione sociale delineandosi progressivamente in una storia scolastica di insuccesso.
Questo concetto descrive un percorso personale costruito socialmente nel corso delle interazioni sociali e riconosciuto dagli stessi attori , da un lato le figure significative (insegnanti, genitori, amici), dall'altro lo studente stesso.
Questo avviene quando alcuni eventi,come una cattiva prova scolastica, diventano tappe significative per se e per gli altri a cui progressivamente ne seguono altre, che conducono sempre nella stessa direzione; tale processo può generarsi fino al punto che è possibile,entro certi termini,anticipare una sorta di traiettoria sociale per quello studente.

 

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